La gravidanza rappresenta una fase molto importante della vita di una donna, in cui si assistono a dei cambiamenti psicofisici, che preparano all’arrivo del nascituro. Durante la gravidanza si sviluppa un organo, chiamato placenta, che ha lo scopo di proteggere e nutrire il feto durante il suo sviluppo nell’utero materno.

Questo organo permette, infatti, gli scambi di sostanze con il feto attraverso il cordone ombelicale. Solitamente è posizionata nella parte superiore o laterale dell’utero e viene espulsa una decina di minuti dopo il parto, avendo esaurito le sue funzioni.

Placenta bassa, che cos’è

Si parla di placenta bassa o previa quando si ha un impianto anomalo della placenta, che viene così a trovarsi a livello del segmento inferiore dell’utero. Questa conformazione anomala può rappresentare un ostacolo al passaggio del feto attraverso il canale del parto, il che rappresenta un problema nel terzo trimestre di gravidanza.

In questi casi il parto non avviene per via vaginale, ma richiede il ricordo al taglio cesareo. Solitamente la placenta previa viene diagnosticata attraverso una valutazione ecografica transvaginale. Questo tipo di anomalia si verifica in una gravidanza su 200 e rimane bassa nell’1% dei casi fino alla fine della gestazione, sebbene nei primi mesi di gravidanza arrivi ad interessare fino al 30% delle donne.

Negli altri trimestri, in teoria, la placenta dovrebbe migrare, fino a raggiungere la posizione corretta. In questi casi si parla di inserzione placentare bassa. Se invece il problema permane e persiste dopo la ventottesima e trentesima settimana, si è di fronte ad una placenta previa vera e propria.

Placenta bassa, le cause

Le cause di questa anomalia non sono chiare, ma vi sono dei fattori che aumentano la probabilità dell’evento: l’età avanzata, il numero di gravidanze precedenti, un taglio cesareo pregresso, la presenza di fibromi, l’aver sofferto di endometriosi e il vizio del fumo. Nelle donne che hanno riscontrato il problema in precedenti gravidanze, il rischio di recidiva va dal 4 all’8%.

Generalmente la placenta previa non presenta particolari complicanze, a meno che si verifichino delle perdite ematiche vaginali, dovute allo scollamento della placenta. In questo caso la gestante deve recarsi immediatamente in ospedale, per prevenire e/o fermare una eventuale emorragia. Infatti, la parte inferiore dell’utero, a differenza del resto dell’utero, non è costituito da fibre muscolari elastiche, ma è formato da tessuto connettivo anelastico.

Questo tessuto non è in grado di contrarsi per fermare un eventuale sanguinamento, che, a sua volta, favorisce l’emissione nel sangue di una molecola chiamata protrombina, che scatena le contrazioni dell’utero e l’aumento dell’emorragia.

Inoltre, al momento del parto, sebbene il segmento inferiore dell’utero si espanda durante il travaglio, la placenta, invece, non è in grado di espandersi. La placenta, quindi, non riesce ad adattarsi alle naturali modificazioni dell’utero.

Tutto questo predispone allo scollamento (distacco) dell’area di inserzione della placenta, con un conseguente ed inevitabile sanguinamento. In questi casi è sempre bene rivolgersi immediatamente al proprio ginecologo di fiducia per capire il da farsi, soprattutto perché i pericoli maggiori riguardano proprio il feto.

Placenta bassa, i rischi

Si rischiano, infatti, un parto prematuro ed un insufficiente apporto di ossigeno, causato proprio dal distacco della placenta. Possiamo dire, quindi, che, in caso di placenta bassa la situazione va sempre tenuta sotto controllo. Se il ginecologo lo ritiene necessario, si effettua il ricovero ospedaliero, per consentire il raggiungimento di una adeguata maturità polmonare del feto, ossia intorno alla trentesima settimana di gestazione.

In caso di emorragia il ricovero è obbligatorio e si può ricorrere al taglio cesareo, se l’emorragia non si arresta, sempre nell’ottica di salvaguardare mamma e figlio. Difatti, negli ultimi anni, sebbene la placenta bassa sia un problema grave per la gravidanza, gli studi e le valutazioni da parte degli specialisti, hanno permesso di ridurre notevolmente i rischi per la donna ed il nascituro.

Placenta bassa, i rimedi

Sicuramente è bene attenersi con scrupolosità alle indicazioni fornite dagli specialisti stessi. Per una corretta diagnosi del problema, i ginecologi dovrebbero attenersi alle linee guida proposte dal Royal College of Obstetricians and Gynecologists, un autorevole organo internazionale di riferimento della branca ostetrico-ginecologica.

Secondo le linee guida la diagnosi dovrebbe essere effettuata alla ventesima settimana nel corso dell’ecografia morfologica. Una volta diagnosticata la placenta previa, le future mamme dovrebbero adottare una serie di comportamenti cautelativi:

– Astenersi dai rapporti sessuali, che possono favorire le contrazioni a livello del collo dell’utero.

– Evitare lavande e assorbenti interni.

–       Condurre una vita più tranquilla, senza particolari sforzi fisici e lunghi tragitti in auto. In alcuni casi è addirittura raccomandato il riposo assoluto. Se il ginecologo si dimostrasse tassativo sul riposo assoluto (stare a letto), sentire un altro parere per sicurezza ed, in ogni caso, cercare di rendere il più piacevole possibile il soggiorno a casa: libri, enigmistica, ricamo, giocare a carta, tenere un blog, parlare via skype con le proprie amiche.

–       Cercare di mantenere alto il proprio umore: il feto sente la vostra ansia e la vostra tensione.

–       Informarsi il più possibile e nel modo corretto dei rischi della placenta previa, senza però andare in panico: una corretta informazione aiuta a gestire meglio il problema dal punto di vista mentale e logistico.

– Non isolarsi: parlare sempre del problema con il proprio partner e le proprie amiche, che vi aiuteranno a mantenervi lucide e serene, senza andare in panico. Confrontarsi anche con altre donne nei gruppi di sostegno può essere una valida strategia di supporto.

–       Qualora sia possibile optare per il lavoro da casa o in modalità differita.

–       Seguire una alimentazione sana, equilibrata e variata, con assunzione di alimenti naturalmente ricchi di ferro, per prevenire eventuali forme anemiche.

–       In caso di vacanza, scegliere località con facili accessi alle strutture sanitarie.

–       Portare sempre con sé il tesserino del gruppo sanguigno e del fattore Rh, importantissimi in caso di situazioni di emergenza, che possono richiedere trasfusioni.

–       Effettuare sempre i controlli ginecologici e far sempre presente il problema durante le visite di controllo: è consigliabile evitare l’ispezione interna per non provocare stimolazioni uterine.

–       Ripetere le ecografie alla ventiseiesima/trentesima settimana e alla trentacinquesima/trentaseiesima settimana per valutare le evoluzioni del problema.

–       Ricordarsi di far monitorare sempre la frequenza cardiaca del feto.

–       Se il ginecologo prescrive dei farmaci, ricordarsi di assumerli secondo le indicazioni ricevute. I farmaci non cureranno direttamente il problema, ma saranno funzionali al prolungamento della gravidanza, evitando un parto prematuro. Spesso sono prescritti dei corticosteroidi per permettere ai polmoni del feto di svilupparsi, anche in caso di parto pre-termine.

–       Avere sempre pronta la valigia con i propri effetti personali: in caso di parto anticipato avrete tutto già predisposto, riducendo l’ansia dell’imprevisto.

Sicuramente l’ideale sarebbe prevenire il problema, cercando di ridurre i fattori di rischio che favoriscono l’insorgenza della malattia. Sicuramente si raccomanda di mantenere uno stile di vita sano e attivo ed una alimentazione equilibrata e bilanciata. È tassativo anche smettere di fumare ed evitare il fumo passivo.

È noto che il fumo è associato ad una vera e propria alterazione della vascolarizzazione placentare, con aumento del rischio di complicanze durante la gravidanza. Inoltre, è bene effettuare il trattamento di eventuali anomalie uterine congenite o acquisite, come ad esempio la fibromatosi, che possono essere un elemento di alterazione della conformazione della cavità uterina.

Ad ogni modo, ricordatevi sempre che, sebbene la placenta previa sia una condizione a volte veramente invalidante (qualora sia tassativo il riposo assoluto), le conoscenze scientifiche attuali vi permetteranno di gestire al meglio, in sicurezza e serenità il problema.

Maria Paola Zampella